NOTIZIE, CURIOSITA' E DIALOGHI CON I BUROLESI "Ognuno può suonare senza timore e senza esitazione la nostra campana. Essa ha voce soltanto per un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato" Adriano Olivetti
mercoledì 21 febbraio 2018
De.C.O per i fagioli grassi
Come
mai questa novità?
Dopo
l’approvazione da parte del Consiglio Comunale dell’istituzione
del registro comunale De.C.O. è stata avviata da parte
dell’Amministrazione la procedura per il riconoscimento di questo
piatto tipico della tradizione carnevalesca.
Procedura
molto lunga e laboriosa che ha avuto inizio nel 2016 e che ha
richiesto in primis la ricerca di notizie inerenti la storicità di
questo piatto per la popolazione burolese.
Eccone
un breve estratto.
“L’inizio
della Storia dei fagioli grassi a Burolo con la relativa festa del
Carnevale non è nota. Sicuramente dopo il 1600 quando il Paese passò
definitivamente sotto il dominio dei Savoia e probabilmente alla fine
del 1800, come da memoria storica della sig.ra Cominetto Maria
ved.Chiej centenaria Burolese, che nei suoi ricordi da sempre ha
sentito parlare i genitori e gli anziani di questo piatto
caratteristico.
La
raccolta dei fagioli veniva organizzata a Burolo da un Comitato che,
15 giorni prima della data fissata per la festa, accompagnato dalla
Banda Musicale passava per le case a raccogliere vino, salami, lardo,
ossa derivate dalla lavorazione del maiale e ovviamente fagioli”.
Non
solo storia, ma anche ingredienti, preparazione e cottura sono stati
dettagliamente descritti nella richiesta.
Ultimo,
ma per questo non meno importante, il logo: la scelta fatta è stata
quella di utilizzare l’antico simbolo di Burolo proprio per
ricordare meglio le tradizioni.
È
stato, inoltre, necessario, istituire una commissione formata dai
signori Doriano Regruto (chef e presidente dell’Associazione
Ristoranti della tradizione canavesana), Adriano Albi (esperto e
conoscitore della cucina burolese), Andrea Gannio Vecchiolino
(consigliere comunale), Loredana Aprato (delegata Club Papillon Ivrea
e Canavese ) che valutata la domanda pervenuta dal
Presidente
del gruppo fagiolari di Burolo ha
espresso parere favorevole al piatto tipico proponendone alla Giunta
l’iscrizione al registro.
La
De.C.O. non deve essere confusa con marchi quali DOP o IGP, ma è
comunque un riconoscimento di qualità, certificazione e di
attestazione di un forte legame tra questo prodotto culinario e il
territorio comunale.
Burolo
risulta essere il primo Comune del Canavese ad avere un
riconoscimento di questo tipo.
Un
valore aggiunto per il Nostro paese
che permette di promuovere il nome di Burolo come richiamo verso un
turismo di nicchia che ama queste particolarità.
Un
grazie al gruppo dei Fagiolari che con la loro maestria ogni anno
rinnova la tradizione di questo straordinario piatto di origine
contadina, molto gustoso, ideale da assaporare per far riscoprire i
ritmi lenti della vita.
Simona
Ottino e Monica Billia
mercoledì 14 febbraio 2018
Con tutti i poveri che abbiamo...
Non so se è capitato anche a voi in
qualche mattina d’autunno- inverno di vedere nel cielo vaste
striature biancastre in direzione di Novara. Un ascia lunga e
stretta, come binari, che percorre molti chilometri, distesa sulla
pianura per poi disperdersi.
Più volte l’ho guardata incuriosito,
mentre camminavo speditamente tra le colline e mi son chiesto cosa
potesse mai essere. Una nube? Impossibile; un aereo a reazione,
neppure, troppo larga ?… e invece si ho scoperto che si trattava
proprio di un aereo a reazione ma non passeggeri, era il famigerato
cacciabombardiere F 35.
Quella scia biancastra che a prima
vista poteva avere persino un tratto poetico, in realtà era un
enorme uccello di morte incombente sulla pianura che da qui si vedeva
così bene: l’aereo evidentemente faceva esercitazioni.
Quando ho capito di cosa si trattava mi
son venuti foschi pensieri: ma l’Italia non “ripudia la guerra”
a mente della nostra Costituzione? E questi sono assolutamente aerei
offensivi, come le portaerei di cui già ci fregiamo.
Con tutta i poveri che abbiamo ci
prendiamo il lusso di spendere decine di miliardi non solo per
comprarli ma per mantenerli. Quanti bambini potremmo nutrire curare
con un’ora di volo di un F35 visto che vale tra i 60 e 70 mila
Euro?
Eppure quasi nessun partito si oppone a
questo scialo di denaro e di morte.
Luigi Giario
venerdì 2 febbraio 2018
E' solo un gioco
Ventiquattro
ore senza spendere nulla. Potrebbe essere un modo di iniziare questo
nuovo anno. Perché no, mettersi alla prova, capire quanto siamo
liberi nel fare i nostri acquisti o quanto le condizioni esterne,
mode, pubblicità, influenzano il nostro modo di vivere.
Ventiquattro
ore senza spendere nulla credo sia impegnativo ma stimolante per
comprendere i bisogni autentici e quelli indotti. Si sa che viviamo
nella cosiddetta società dei consumi, nel senso che se non si
consumasse si fermerebbero le produzioni di beni, chiuderebbero le
aziende e molti lavoratori perderebbero la loro fonte di reddito, non
pagherebbero più le tasse e si impoverirebbe anche lo stato. Insomma
la dinamica è un po' questa.
Allora
perché suggerire questo giochino delle ventiquattro ore senza
acquisti. Se ci limitassimo a una giornata all'anno a titolo
simbolico non succederebbe niente sul piano economico, ma si
troverebbe più tempo da dedicare agli amici, ai familiari, si
potrebbe leggere e guardarsi intorno.
In
realtà penso che si dovrebbe andare oltre, alla ricerca di una vita
più semplice, di una maggiore sobrietà. Per mantenere questi
livelli di vita le nostre società devono produrre molti beni e per
produrre molti beni c'è bisogno di tanta energia. Le materie prime
per la produzione di energia, che l'uomo prende dalla natura, non
sono infinite e la popolazione mondiale tende a crescere velocemente.
Il
modello economico in cui noi viviamo, molto diffuso nel mondo ha
creato benessere a livelli diversi, ma dobbiamo anche dire che
accentrando la ricchezza nelle mani di pochi ha anche procurato una
grande povertà. I livelli di consumo raggiunti in grandi aree del
pianeta si stanno dimostrando incompatibili con l'ecosistema. I
cambiamenti climatici dovuti al surriscaldamento dell'atmosfera e
degli oceani stanno procurando danni immensi e cambiamenti epocali.
E'
evidente che tutti questi temi meritano di essere approfonditi, ma
voglio condividere con voi alcune riflessioni.
Quando
da ragazzo mi avvicinai alla politica avevo una vaga idea della
giustizia, dei rapporti fra gli uomini e di come io li desideravo.
Nei partiti trovavo in ognuno la difesa di determinati interessi, chi
si ispirava al mondo del lavoro e chi invece esaltava le differenze e
le varie opportunità della democrazia e delle libertà individuali.
Sentivo già allora un maggior interesse per le questioni che
riguardavano l'intera umanità che non quelle del singolo.
Siamo
tutti disposti ad ammettere che la nostra libertà finisce dove
inizia quella di un'altro, ma limitiamo per lo più questo concetto
al massimo dentro i confini nazionali.
Non
solo le guerre, la fame, i regimi dittatoriali, ma anche le nuove
condizioni climatiche sono motivo di grandi migrazioni. Oggi divido
il mondo in pance piene e pance vuote e finché c'è una pancia vuota
vuol dire che ancora non c'è giustizia.
Produrre
sempre di più per mantenere i nostri livelli di vita accelera il
consumo delle risorse e quindi l'impoverimento del pianeta. Le
energie alternative e pulite, da sole non sono sufficienti. Ancora
oggi le questioni drammatiche che ho citato inducono a cercare delle
risposte. Nella testa di chi governa il mondo pare non vi sia posto
per queste problematiche, l'ottica è sempre quella di puntare ad una
maggiore crescita, per uscire dalle crisi sempre più frequenti e
durature. Quello che però si prefigura è un maggiore precariato e
forme di lavoro che somigliano sempre di più a una nuova schiavitù.
La
critica all'economia in quanto modello, la critica alla tecnologia e
al cosiddetto progresso, la critica al monopolio, alla finanza, sono
sempre benefiche.
Occorre
diffidare di un certo ottimismo di buon mercato, di chi se ne serve
magari anche in buona fede spacciandosi per neutrale. Nulla è
neutrale, per la semplice ragione che tutto è prodotto dall'uomo.
Tutte le ricerche dell'uomo hanno carica positiva e negativa in
rapporto alla funzione per cui sono nate. Voglio dire che criticare
le armi ancora non comporta una implicita critica alla guerra. Il
rapporto fra l'aspetto positivo e negativo è sempre assai complesso,
ma c'è ed è bene ricordarsene sempre. Sembra si sia costruito un
fronte unico in favore della tecnica, dei monopoli, della
pseudoscienza dell'economia e delle sue regole.
Nella
critica a questa apparente armonia sarebbe insufficiente attaccare un
aspetto senza aggredire anche l'altro. Bisogna sempre essere molto
attenti nell'esaminare come le conquiste della moderna tecnologia
possono essere volte a beneficio dell'uomo, o contengano un
potenziale regressivo. Accettare senza riserve il progresso
tecnologico è sempre pericoloso. Gli strumenti e i metodi produttivi
si devono vagliare non solo in funzione del loro uso, ma dalle
ripercussioni e dall'impatto che possono determinare a livello
sociale.
Ennio
Mucelli
domenica 7 gennaio 2018
CIAO DIEGO
Il
2017 si è chiuso con una grande tristezza nel cuore di tantissimi
Burolesi.
Il
31 dicembre Diego Maniscalco ci ha lasciati.
Dipendente
Comunale da più di 30 anni, Diego si è sempre contraddistinto per
la sua serietà e puntigliosità sul lavoro, ma quello che spiccavano
in lui erano la generosità, l’altruismo, la sua disponibilità
verso tutti, il senso del bene comune.
Anche
se negli ultimi anni la malattia lo aveva messo alla prova duramente,
ha sempre cercato di combatterla con grande forza d’animo e volontà
e fino a quando le forze glielo hanno permesso non ha mai fatto
mancare il suo apporto lavorativo.
Di
Diego c’è un ricordo bello in ogni persona che lo ha incontrato e
non potrebbe essere diversamente. In chi lo ha conosciuto, in chi gli
ha lavorato quotidianamente accanto c’è una parte dell’aspetto
umano di Diego che porterà sempre nel cuore.
Il
mio personale è il ricordo del compagno di scuola prima,
successivamente del genitore attento nel seguire la crescita e le
esigenze di Mirko, del collaboratore prezioso nel risolvere i “guai”
a scuola. Sempre discreto nell’operare e nel trovare il momento più
opportuno per svolgere il suo lavoro senza disturbare l’attività
scolastica.
Diego,
mancherai a tantissimi, ma le persone non si perdono mai se le hai
nel cuore perché nessuno muore sulla Terra finché vive nel cuore di
chi resta. Abbiamo perso la tua presenza, ma ciò che ci hai
lasciato, quello non lo perderemo mai.
Ciao
Diego, ti salutiamo con questo Canto
Navajo
Non
restare a piangere sulla mia tomba.
Non
sono lì, non dormo.
Sono
mille venti che soffiano.
Sono
la scintilla diamante sulla neve.
Sono
la luce del sole sul grano maturo.
Sono
la pioggerellina d’autunno.
Quando
ti svegli nella quiete del mattino…
Sono
le stelle che brillano la notte.
Non
restare a piangere sulla mia tomba.
Non
sono lì, non dormo.
Simona
martedì 21 novembre 2017
domenica 19 novembre 2017
PANCHINE “SIGNIFICATIVE” E…. NON SOLO PRESSO LA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO “E. FERMI”
Alla
ripresa dell’anno scolastico la zona della fermata della GTT
adiacente la Scuola Secondaria di Primo Grado ha suscitato
l’interesse di alunni, insegnanti, genitori e non solo per
l’installazione di panchine colorate.
Tra
il gruppo delle panchine bianche spiccano quattro panchine colorate e
anche la scelta del colore non è stata fatta a caso ognuna poi
riporta una citazione riferita alla tematica.
Vi
abbiamo incuriosito?
La
panchina colorata di rosso
riporta ad un tema molto scottante in questo periodo: il
femminicidio. La citazione “Ciò
che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza
dei buoni”
scelta dall’ANPCI e ripresa dall’Amministrazione è di Martin
Luther King ,e non ha bisogno di ulteriori parole.
“Non
è grande chi ha bisogno di farti sentire piccolo”.
Questa
frase di cui non si conosce l’ autore , posta sulla panchina di
color
blu
ha un chiaro ed esplicito riferimento al fenomeno purtroppo sempre
più dilagante del bullismo.
Con
una colorazione più chiara, infatti,
è
azzurra,
la
panchina vuol ricordare un’altra tematica che come quella del
bullismo nel mondo della scuola è molto sentita: l’autismo. La
citazione riportata è di Rinaldo Sidoli “Un
bambino autistico non va cambiato, va capito e ascoltato con il
cuore”
“Credo
che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte
che si possa desiderare”,
la frase scritta da Andy Duarhol non poteva che essere dedicata alla
panchina verde
per ricordare a tutti che la Terra è nostra. Lei non ha bisogno
dell’uomo, ma l’uomo non può fare a meno di Lei.
E
a proposito di arte
…… Sulla parete della cabina dell’Enel sempre in prossimità
dell’ingresso alla Scuola spicca un bellissimo pannello murale
realizzato quattro anni fa dagli alunni della allora classe seconda,
guidati dalla maestria del professore Alfredo Samperi e con il
contributo di Ivrea Parcheggi.
Il
murales è stato realizzato, in duplice copia, su dei pannelli in
materiale plastico e rappresenta uno spaccato di vita carnevalesca.
La
copia principale è stata utilizzata per ricoprire una struttura
metallica messa a protezione per la caduta massi in piazza Borgoglio
ad Ivrea ed ha dimensioni maggiori rispetto a quella esposta accanto
alla nostra scuola.
La
realizzazione anche se minore come dimensioni merita di essere
osservata con gli occhi
del cuore.
Monica
e Simona
Il rapimento di Ennio...
Un'altra iniziativa del gruppo di redazione. Protagonisti ancora i bambini, con le loro paure, i pianti, i loro sorrisi, i loro commenti, la voglia di esprimersi e le loro urla. Verrebbe da dire che "non poteva andare meglio di così". Invece no, andrà ancora meglio di così, matureremo e prenderemo una maggiore confidenza con i nostri ruoli. I bambini sono importanti, dalla loro educazione, dalla loro preparazione dipende il nostro futuro. Si devono rimproverare quando è necessario, ma si devono coccolare e amare. Siamo molto motivati e determinati, miglioreremo.
Dopo il Mammutones, la fuga nel parco (mi hanno rapito le Masche). Qua e là le luci delle candele, strani rumori rompevano il silenzio, la luna lasciava intravedere i contorni di ogni cosa. La serata era magica e nel buio lunare ho incontrato una Masca, con lei ho atteso che si accendesse il grande falò.
Anche con le nostre, apparentemente piccole, iniziative possiamo tendere ad evitare che i nostri piccoli, diventati più grandicelli, non vedano l'ora di trascorrere il sabato pomeriggio nei centri commerciali. Non è colpa loro se questi sono diventati i soli punti di ritrovo e di aggregazione disponibili. A volte penso che questo sia sempre meglio che occupare il tempo a coltivare strane ideologie o ascoltare oratori che in realtà sono responsabili di tutto questo.
Forse i nostri ragazzi camminerebbero volentieri per le vie del loro quartiere, del loro paese, della loro città invece che nella confusione di luci, colori e musichette che pubblicizzano le varie offerte di prodotti. Sotto accusa sono le operazioni urbanistiche che per decenni hanno svuotato i centri abitati con interventi che hanno sostituito i più tradizionali luoghi di incontro e aggregazione, tipo le piazze, con l'accentramento di negozi e uffici.
Si è teso a privare i cittadini di quel senso spontaneo di solidarietà e a richiamarlo solo in certe circostanze secondo i fatti di cronaca.
Siamo bravi, lo abbiamo dimostrato, possiamo anche noi contribuire a costruire un mondo migliore.
Ennio
"Le masche " - il fantastico a misura di paese
Nei tempi
lunghi dell'inverno, quando uomini e bestie erano
costretti
all'immobilità dal sonno della campagna, nei fiati umidi delle stalle attorno alla lucerna
si raccontavano le faule (favole e leggende).
all'immobilità dal sonno della campagna, nei fiati umidi delle stalle attorno alla lucerna
si raccontavano le faule (favole e leggende).
Fate e
streghe, diavoli e trapassati uscivano dal reame pagano dei boschi
con le
loro crudeltà o i loro capricci, per suscitare problemi di convivenza con i mortali.
loro crudeltà o i loro capricci, per suscitare problemi di convivenza con i mortali.
La storia
delle "masche" veniva tramandata da filatrici rugose
o da scorbutici
barba (zio); dagli angoli remoti del paese, dalle cascine Taianda alla Vicaria, dalla
Bergandina al Dweis, si procedeva a esorcizzare il maligno con racconti di preti che
facevano la fisica (magia), di ragazze indemoniate che parlavano svariate lingue
straniere, di stoviglie che volavano, di donne che davano alla luce neonati con teste di
animali e così via.
barba (zio); dagli angoli remoti del paese, dalle cascine Taianda alla Vicaria, dalla
Bergandina al Dweis, si procedeva a esorcizzare il maligno con racconti di preti che
facevano la fisica (magia), di ragazze indemoniate che parlavano svariate lingue
straniere, di stoviglie che volavano, di donne che davano alla luce neonati con teste di
animali e così via.
II buio si
faceva più buio, i rumori facevano sobbalzare dalla paura, la pelle
si
accapponava.
accapponava.
Nei nostri
orecchi bambini si riversavano i turbini delle fate trasvolanti,
i
lamenti dei neonati sequestrati, le gelanti sghignazzate del diavolo e poi . . . . a dormire
nelle fredde camere dai letti caldi di buiota (contenitore metallico dell'acqua calda) e,
quando la luce si spegneva la magica paura ci accompagnava
lamenti dei neonati sequestrati, le gelanti sghignazzate del diavolo e poi . . . . a dormire
nelle fredde camere dai letti caldi di buiota (contenitore metallico dell'acqua calda) e,
quando la luce si spegneva la magica paura ci accompagnava
Al mattino,
a volte, ci sorprendeva la neve e i canti delle grive (merli)
i racconti
della sera annegavano in una tazza di latte caldo.
della sera annegavano in una tazza di latte caldo.
Il magico,
il divino, il favoloso inondavano i nostri pensieri e i brividi
di
emozione ci accompagnavano ancora nel buio. Solo le grandi mani nodose dei nostri
vecchi ci rassicuravano con ruvide carezze.
emozione ci accompagnavano ancora nel buio. Solo le grandi mani nodose dei nostri
vecchi ci rassicuravano con ruvide carezze.
Un vecchio
del paese mi raccontò una storia che intitolerei il posto fresco
delle
civette (in burolese "a post fresc d'i nuc"):
civette (in burolese "a post fresc d'i nuc"):
Da quando
ero bambino, molto tempo fa, sulla nostra collina Serra grande c'era
un
posto, al limitare del bosco, dove si coltivavano i castagni da frutto (arbui).
posto, al limitare del bosco, dove si coltivavano i castagni da frutto (arbui).
Sotto
queste piante l'erba era rasa e crescevano fiori e frutti di bosco.
Anche nella
calura estiva quel posto era sempre stranamente fresco.
Li
nidificavano le civette e nelle notti di luna chiara si potevano
ammirare i loro occhi
tondi brillare. Il loro canto notturrno faceva sentire un brivido lungo la schiena.
tondi brillare. Il loro canto notturrno faceva sentire un brivido lungo la schiena.
Che posto
strano era quello !
Le castagne
di quegli alberi erano particolarmente dolci e morbide e avevano
un
singolare odore di zolfo.
singolare odore di zolfo.
Qualcuno
diceva di aver visto il diavolo aggirarsi lì di notte e le civette
precipitare al
suolo come palle di fuoco.
suolo come palle di fuoco.
sabato 11 novembre 2017
mercoledì 1 novembre 2017
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