domenica 19 novembre 2017

PANCHINE “SIGNIFICATIVE” E…. NON SOLO PRESSO LA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO “E. FERMI”





Alla ripresa dell’anno scolastico la zona della fermata della GTT adiacente la Scuola Secondaria di Primo Grado ha suscitato l’interesse di alunni, insegnanti, genitori e non solo per l’installazione di panchine colorate.
Con questa iniziativa l’Amministrazione Comunale ha voluto sensibilizzare su temi molto attuali e la scelta di posizionarle vicino ad un edificio scolastico non è stata come si può ben immaginare casuale.
Tra il gruppo delle panchine bianche spiccano quattro panchine colorate e anche la scelta del colore non è stata fatta a caso ognuna poi riporta una citazione riferita alla tematica.
Vi abbiamo incuriosito?
Ecco ciò che le panchine voglio far a tutti ricordare.
La panchina colorata di rosso riporta ad un tema molto scottante in questo periodo: il femminicidio. La citazione Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni” scelta dall’ANPCI e ripresa dall’Amministrazione è di Martin Luther King ,e non ha bisogno di ulteriori parole.

Non è grande chi ha bisogno di farti sentire piccolo. Questa frase di cui non si conosce l’ autore , posta sulla panchina di color blu ha un chiaro ed esplicito riferimento al fenomeno purtroppo sempre più dilagante del bullismo.

Con una colorazione più chiara, infatti, è azzurra, la panchina vuol ricordare un’altra tematica che come quella del bullismo nel mondo della scuola è molto sentita: l’autismo. La citazione riportata è di Rinaldo Sidoli “Un bambino autistico non va cambiato, va capito e ascoltato con il cuore”

Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare, la frase scritta da Andy Duarhol non poteva che essere dedicata alla panchina verde per ricordare a tutti che la Terra è nostra. Lei non ha bisogno dell’uomo, ma l’uomo non può fare a meno di Lei.
E a proposito di arte …… Sulla parete della cabina dell’Enel sempre in prossimità dell’ingresso alla Scuola spicca un bellissimo pannello murale realizzato quattro anni fa dagli alunni della allora classe seconda, guidati dalla maestria del professore Alfredo Samperi e con il contributo di Ivrea Parcheggi.
Il murales è stato realizzato, in duplice copia, su dei pannelli in materiale plastico e rappresenta uno spaccato di vita carnevalesca.
La copia principale è stata utilizzata per ricoprire una struttura metallica messa a protezione per la caduta massi in piazza Borgoglio ad Ivrea ed ha dimensioni maggiori rispetto a quella esposta accanto alla nostra scuola.
La realizzazione anche se minore come dimensioni merita di essere osservata con gli occhi del cuore.

Monica e Simona

Il rapimento di Ennio...


Un'altra iniziativa del gruppo di redazione. Protagonisti ancora i bambini, con le loro paure, i pianti, i loro sorrisi, i loro commenti, la voglia di esprimersi e le loro urla. Verrebbe da dire che "non poteva andare meglio di così". Invece no, andrà ancora meglio di così, matureremo e prenderemo una maggiore confidenza con i nostri ruoli. I bambini sono importanti, dalla loro educazione, dalla loro preparazione dipende il nostro futuro. Si devono rimproverare quando è necessario, ma si devono coccolare e amare. Siamo molto motivati e determinati, miglioreremo. 
Dopo il Mammutones, la fuga nel parco (mi hanno rapito le Masche). Qua e là le luci delle candele, strani rumori rompevano il silenzio, la luna lasciava intravedere i contorni di ogni cosa. La serata era magica e nel buio lunare ho incontrato una Masca, con lei ho atteso che si accendesse il grande falò. 
Anche con le nostre, apparentemente piccole, iniziative possiamo tendere ad evitare che i nostri piccoli, diventati più grandicelli,  non vedano l'ora di trascorrere il sabato pomeriggio nei centri commerciali. Non è colpa loro se questi sono diventati i soli punti di ritrovo e di aggregazione disponibili. A volte penso che questo sia sempre meglio che occupare il tempo a coltivare strane ideologie o ascoltare oratori che in realtà sono responsabili di tutto questo.
Forse i nostri ragazzi camminerebbero volentieri per le vie del loro quartiere, del loro paese, della loro città invece che nella confusione di luci, colori e musichette che pubblicizzano le varie offerte di prodotti. Sotto accusa sono le operazioni urbanistiche che per decenni hanno svuotato i centri abitati con interventi che hanno sostituito i più tradizionali luoghi di incontro e aggregazione, tipo le piazze, con l'accentramento di negozi e uffici. 
Si è teso a privare i cittadini di quel senso spontaneo di solidarietà e a richiamarlo solo in certe circostanze secondo i fatti di cronaca.
Siamo bravi, lo abbiamo dimostrato, possiamo anche noi contribuire a costruire un mondo migliore.
Ennio


"Le masche " - il fantastico a misura di paese

Nei tempi lunghi dell'inverno, quando uomini e bestie erano costretti
all'immobilità dal sonno della campagna, nei fiati umidi delle stalle attorno alla lucerna
si raccontavano le faule (favole e leggende).
Fate e streghe, diavoli e trapassati uscivano dal reame pagano dei boschi con le
loro crudeltà o i loro capricci, per suscitare problemi di convivenza con i mortali.
La storia delle "masche" veniva tramandata da filatrici rugose o da scorbutici
barba (zio); dagli angoli remoti del paese, dalle cascine Taianda alla Vicaria, dalla
Bergandina al Dweis, si procedeva a esorcizzare il maligno con racconti di preti che
facevano la fisica (magia), di ragazze indemoniate che parlavano svariate lingue
straniere, di stoviglie che volavano, di donne che davano alla luce neonati con teste di
animali e così via.
II buio si faceva più buio, i rumori facevano sobbalzare dalla paura, la pelle si
accapponava.
Nei nostri orecchi bambini si riversavano i turbini delle fate trasvolanti, i
lamenti dei neonati sequestrati, le gelanti sghignazzate del diavolo e poi . . . . a dormire
nelle fredde camere dai letti caldi di buiota (contenitore metallico dell'acqua calda) e,
quando la luce si spegneva la magica paura ci accompagnava
Al mattino, a volte, ci sorprendeva la neve e i canti delle grive (merli) i racconti
della sera annegavano in una tazza di latte caldo.
Il magico, il divino, il favoloso inondavano i nostri pensieri e i brividi di
emozione ci accompagnavano ancora nel buio. Solo le grandi mani nodose dei nostri
vecchi ci rassicuravano con ruvide carezze.
Un vecchio del paese mi raccontò una storia che intitolerei il posto fresco delle
civette (in burolese "a post fresc d'i nuc"):

Da quando ero bambino, molto tempo fa, sulla nostra collina Serra grande c'era un
posto, al limitare del bosco, dove si coltivavano i castagni da frutto (arbui).
Sotto queste piante l'erba era rasa e crescevano fiori e frutti di bosco.
Anche nella calura estiva quel posto era sempre stranamente fresco.
Li nidificavano le civette e nelle notti di luna chiara si potevano ammirare i loro occhi
tondi brillare. Il loro canto notturrno faceva sentire un brivido lungo la schiena.
Che posto strano era quello !
Le castagne di quegli alberi erano particolarmente dolci e morbide e avevano un
singolare odore di zolfo.
Qualcuno diceva di aver visto il diavolo aggirarsi lì di notte e le civette precipitare al
suolo come palle di fuoco.
Ora quel posto non c'è più, o meglio, è trasformato da circa 50 anni in meleto: le mele
però continuano ad avere uno strano odore di zolfo.


venerdì 27 ottobre 2017

LUDOPATIA

GIOCO D’AZZARDO E SLOT MACHINE

Siamo il nono paese al mondo per perdite di denaro dovute al gioco d’azzardo legale che in Italia rappresenta la terza industria, con il 3% del Pil nazionale e 5.000 aziende in aumento esponenziale. Peggio di noi gli Stati Uniti (USA), la Cina, il Giappone e altri. Tra l’altro quelli citati sono tutti più popolosi del nostro paese.
Nel 2016 in Italia il gioco d’azzardo ha divorato 95 miliardi di euro, di cui 10 sono andati nelle casse dello Stato.
Si gioca nelle lotterie, si gioca online e scommesse. La maggiore quota si spende nelle slot machine, circa 5,8 miliardi di euro, in media 180 euro l’anno pro capite (oltre 3,5 miliardi di euro invece è quanto si spende in giochi numerici e lotterie (1,8 dal lotto; 1,3 da gratta e vinci; 0,47 dal superenalotto). In Italia sono installate 400.000 macchinette, pari a una ogni 150 abitanti. Abbiamo solo 4 casinò, pochi rispetto ad altri paesi, ma compensiamo con una abbondante diffusione di slot machine.
Si sono moltiplicate le slot nei bar, nelle tabaccherie e nelle apposite sale giochi; è prevalsa insomma la logica commerciale.
Oggi c’è una malattia che attraversa i vari strati sociali, viene chiamata “ludopatia”. E’ una malattia subdola, pericolosa, che ha già procurato diverse vittime; si può curare, ma non è facile. Sociologi e psicologi confermano che soprattutto le classi più povere sono inclini a cercare nel gioco il riscatto da una situazione economica difficile. La probabilità di vincere una grossa somma è veramente esigua. E’ frequente la vincita del prezzo del biglietto, un trucco a costo zero per dare l’illusione che vincere sia facile e indurre a continuare a giocare. Le slot machine non hanno memoria, non importa quante volte si è giocato o perso, la probabilità di una vincita rimane praticamente nulla.
Comprare un biglietto o tentare la fortuna non è necessariamente un male, finché rimane nell’ambito del gioco.
Il problema è quando diventa dipendenza, cioè patologia.
Dell’insorgenza di questa “malattia” ci si può accorgere con una maggiore attenzione ai nostri comportamenti, quando ad esempio cominciamo a giocare cifre che vanno oltre quelle che ci eravamo prefissi e il desiderio di giocare è più forte della volontà di controllarsi.
In alcune località i cittadini consapevoli dei rischi che comporta il gioco, si sono organizzati facendo prevalere il proprio dissenso alla realizzazione delle sale da gioco.
E’ bene utilizzare questa forza anche per sollecitare il Governo e il Parlamento perché al più presto sia disciplinata questa materia con una legge che toglie la discrezionalità al singolo.
L’obiettivo per tutti deve essere quello di una riduzione urgente dell’offerta del gioco, che le macchinette siano tutte collegate al “sistema remoto” e venga salvaguardata la salute pubblica allontanandole dalla vicinanza dalle scuole e dalle zone sensibili. Queste dannate macchinette devono definitivamente sparire dai bar, delle tabaccherie, dagli alberghi, dalle edicole, dagli esercizi commerciali e dagli stabilimenti balneari. Non si parla di proibizionismo, ma di prevenzione e tutela della nostra salute e di quella dei nostri figli.
Le restrizioni che chiedono molti comuni si rifanno ai regolamenti già approvati da altri come ad esempio quello di Rivoli, regolamenti che hanno già superato il vaglio dei ricorsi al TAR. In queste norme si dice che le sale gioco devono essere a 300 metri di distanza dalle scuole, dai luoghi di culto, dagli ospedali e dalle case di cura e almeno a 150 metri dagli sportelli bancomat o dai compro oro. (A Burolo nel “Regolamento per le sale giochi e per l’installazione di apparecchi elettronici da intrattenimento o da gioco” approvato con deliberazione del consiglio comunale n. 3 del 29 gennaio 2017 è prevista una distanza minima di 400 metri da scuole, bancomat o ingressi a sportelli bancari, …)
A Burolo c'è una sala gioco adiacente a una banca con bancomat. In riferimento alla legge regionale del 2/5/2016 (legge regionale n.9/2016 “Norme per la prevenzione e il contrasto alla diffusione del gioco d'azzardo patologico”) questa sala, così come altre sul territorio regionale, dovrà essere chiusa.
Anche se timidamente la legge incomincia a far rispettare alcune regole ormai condivise. I tempi per la chiusura variano dai diciotto mesi ai tre anni o ai cinque anni, secondo la tipologia e la localizzazione del gioco.
Non esiste una normativa comunitaria specifica sul gioco d’azzardo. Il Parlamento europeo ha però approvato nel 2013 una risoluzione nella quale si afferma la legittimità degli interventi degli stati membri a tutela dei giocatori.
I comuni hanno comunque la facoltà, di limitare con un’ordinanza l’orario di utilizzo dei videopoker, sia nelle sale da gioco che nei bar e nelle tabaccherie.
I vecchi SERT, servizi contro le tossicodipendenze nel 2016 si sono trasformati in SERD. E’ stato loro affidato anche la cura da dipendenza per tabagismo, alcolismo e gioco d’azzardo.
Per fare un’autentica prevenzione hanno però bisogno di più risorse e mezzi. Compito del SERD, che è un servizio pubblico, è quello di seguire i pazienti nelle varie dipendenze. Gli operatori hanno acquisito una professionalità pluridisciplinare, in grado cioè di poter affrontare le varie patologie.
In Italia circa 300.000 persone si sono rivolte nell’ultimo anno al SERD, una cifra impressionante, ma non significativa rispetto al numero di giocatori, perché rappresenta un fenomeno quasi completamente sommerso. Nella nostra ASL TO4 sono 202 le persone in carico al servizio solo per dipendenza da gioco:

ASL TO4 Sedi
Pz giocatori seguiti durante il primo semestre 2017
Pazienti attivi al 30.06.2017
Nuove prese in carico nel primo semestre 2017
Ivrea
48
35
10
Rivarolo
36
29
3
Caluso
15
13
1
Settimo/Chiasso
78
64
10
Ciriè
25
25
4
Totale
202
166
28
Dati pazienti in carico per Dipendenza da Gioco d’azzardo Patologico/ Problematico - Rilevazione primo semestre 2017

Di questi una settantina sono della zona eporediese, ma rappresentano “una piccola punta dell’iceberg” rispetto al fenomeno. Il SERD collabora anche con il privato sociale e con alcuni volontari; a Baldissero Canavese ad esempio esiste una comunità terapeutica che si chiama Notre Dame, gestita dal Centro torinese di solidarietà che ospita persone con dipendenza da gioco che aderiscono al progetto terapeutico. I volontari, invece, fanno parte dell’associazione “GA Italia” (giocatori anonimi Italia) collaborano organizzando incontri settimanalmente ad Ivrea, dove solo qualche mese fa, hanno inaugurato la sede.
Esiste un sito dei GA: http://www.giocatorianonimi.org/piemonte.html ed hanno un recapito telefonico per contattarli: 3200316497.
L’ottimo lavoro di tutti i professionisti e volontari permette alle persone che giocano d’azzardo di essere aiutate e curate.



LA REDAZIONE

domenica 22 ottobre 2017

FESTA DELLE MASCHE


MERCOLEDI' 1° NOVEMBRE: SOLO PER BAMBINI CORAGGIOSI!


https://www.noinonni.it/wp-content/uploads/2015/10/La-danza-delle-streghe_Antimartina-_-Dreamstime.com-.jpg 

Al Castello Basso di Burolo, solo bambini coraggiosi, potranno entrare in una storia magica di masche e masconi.

Alle 17.30 ritrovo nel cortile di via Parrocchia 15, dove andremo alla ricerca, nel parco secolare del castello, di magie e misteri.

Esistono realmante le masche? Chi sono? Cosa fanno? Le incontreremo?

martedì 3 ottobre 2017

Sabato 14 ottobre 2017
alle ore 21,00 alla
Biblioteca di Burolo “Diego Lambert” ci sarà l'autrice di
SCOZIA EXPRESS, Debora Bocchiardo, che presenterà il suo libro



Scozia Express” è un racconto fra azione e thriller, spionaggio internazionale e avventura, con quel leggerissimo tocco di romanticismo che completa un quadro eccellente. Una lettura divertente e accattivante, che permette anche di scoprire storia e cultura della Scozia. Un’occasione per viaggiare con la fantasia in compagnia di protagonisti decisamente straordinari!

Debora Bocchiardo, scrittrice e giornalista canavesana, è al suo terzo romanzo.




Dicono dalla casa editrice presentando “Scozia Express”:
Ha condiviso un percorso di studio e ricerca con un professore inglese ed ora si ritrova in Scozia, coinvolta in una operazione della massima importanza, affiancata da un personaggio tanto affascinante quanto ambiguo. Se qualcuno avesse detto a Sabrina Valle che cosa le sarebbe accaduto di lì a poco, probabilmente lei avrebbe riso fino alle lacrime. Eppure la verità è spietatamente reale. Una piccola pen drive contenente delle coordinate di vitale importanza potrebbe essere la chiave per la salvezza del mondo intero da un disastro terroristico. Ci sono di mezzo i N.E.S.S. (Northern Europe Secret Service) ed il pericolo si nasconde nelle profondità del celebre Loch Ness. Che sia una coincidenza? Preparatevi per ritrovarvi incollati alle pagine di un racconto che non vi permetterà di respirare, fra azione e thriller, spionaggio internazionale e avventura, con quel leggerissimo tocco di romanticismo che completa un quadro eccellente”.


Debora Bocchiardo, nata a Ivrea il 22 giugno 1970, laureata in Lettere Moderne con una tesi in storia e critica del cinema, è una giornalista da anni attiva, come ufficio stampa, nella promozione di eventi culturali e turistici. Insegna Storia del Cinema in diverse Università delle Tre Età della provincia di Torino. Oltre a numerose esperienze lavorative presso le testate giornalistiche e le emittenti televisive locali, ha lavorato per la Rai. Dopo aver curato la realizzazione di alcuni volumi di carattere storico o informativo per la Regione Piemonte, ha scritto i romanzi Onorina Voleva l’America (2011) e Qualcosa Accadrà – La storia di Charlie (2013). Nel 2012 ha realizzato una prima raccolta di fiabe, Magie di Natale, seguita da Trilogia di Natale nel 2014.

sabato 30 settembre 2017

La notte delle masche...


La notte di Ognissanti ballano per le vie del paese le Masche: si creano all'improvviso spazi magici e,  se si è fiduciosi, è possibile intravedere queste figure mitiche della tradizione popolare piemontese.

Con gli amici del Castello Basso, vorremo proporre un'altra fiaba animata, visto anche il successo di quest'estate della Favola di Merlina, ma protagoniste questa volta saranno le masche e i servan.

Chi vuole venire a darci una mano? 
Abbiamo bisogno di teatranti senza vergogna e senza talento, commediografi, scenografi o pseudo tali e trovarobe-tuttofare...


Ci ritroviamo SABATO 7 OTTOBRE alle 17.30 in biblioteca, in centro a Burolo!

 readazione.burolo@gmail.com


 

domenica 9 luglio 2017

Sogno di un cantastorie...
Domenica scorsa me ne andavo tranquillo, tranquillo a gironzo per Burolo, quando un'ebriante profumo d'oriente mi ha accalappiato e trascinato nel giardino del Castello Basso e qui la visione: una fanciulla di viola vestita, cantava con magia tra le piante secolari. Ho provato ad avvicinarmi, ma lei si sdoppiava, scoloriva... evanescente come un sogno ...
Certo la curiosità era tanta e come me erano curiosi anche i miei giovani amici, che nel frattempo si stavano radunando nel cortile, ma purtroppo il nostro misterioso personaggio, rivelatoci col nome di Merlina (di giorno) e Morgana (di notte) è riapparso ancora per poco e poi sparito
Ma bambini coraggiosi ne abbiamo a volontà e abbiamo intrapreso una corsa senza sosta per le vie della vecchia Burolo alla sua ricerca.
In piazza un losco figuro ci ha bloccati: presentatosi come il guardiano del Burnel ci ha proposto una prova di forza, per capire se davvero eravamo in grado di affrontare le sfide che ci attendevano nella ricerca di Merlina, sua amica e confidente...
Prova superata unendo le possenti braccia di più di trenta bambini, quasi ribaldando il povero guardiano, che a quel punto ci ha guidato verso via Garibaldi...
In un lampo i bambini arrivati al primo cortile della vecchia via, si sono trovati dinnanzi a una bizzarra coppia di.... ORCHI. Ma manco a dirlo, nessuna esitazione da parte dei nostri bambini coraggiosi, che superato il pregiudizio di vedere il male nell'uomo nero, anziano, hanno avuto il coraggio di avvicinarsi e chiedere notizie di Merlina... e abbiamo fatto bene, perchè sotto l'aspetto burbero e minaccioso i 2 orchi si sono rivelati gentili e premurosi, così tanto da accompagnarci verso Merlina...
Ragazzi, "l'avventura" si faceva sempre più ripida, qualche mamma col passeggino rimaneva indietro, ma i primi instancabili piccoli esploratori correvano, correvano, correvano...
E siamo arrivati a un altra magica fontana o almeno così sembrava, perchè c'erano accovacciate dentro 2 fatine mascherate: Aria e Acqua. Pensavamo buone e gentili e collaborative, ma si riveleranno 2 sfingi con mille domande e indovinelli: ecco la prova di arguzia! Dopo la forza, il coraggio ora i bambini devono dimostrare la loro intelligenza. Nessun problema, siamo in tanti e le risposte vengono sparate a mitraglia.




La corsa riprende, anche perchè il profumo inebriante della magia di Merlina si faceva sempre più forte e ora avevamo anche 2 fate che ci accompagnavano. Ma acciderbolina, ancora più ripida si faceva la nostra strada... 
E finalmente intravediamo dei lumini, della musica che viene dal vecchio Mulino. Bussiamo? Non bussiamo?
Ma che ve lo dico a fare, a momenti i nostri eroici bambini divelgono il portone. All'interno ci accoglieva una suadente melodia in un giardino fatato, dove appariva dal balcone.... una mugnaia. Ebbene sì, anche Burolo ha la sua mugnaia: spledida e radiosa ci proponeva una prova di canto, guidata dalla sua amica vestita d'oro e dai musici del mulino. Ecco allora che partiva un coro di bambini, fate, orchi e musici dirompente, conquistando la fiducia della mugnaia che per premio decideva di guidarci verso Merlina, che poco prima era passata dal suo mulino per rifocillarsi.


 Così la nostra ricerca continuava, ma ora ci guidava la signora del mulino e ovviamente sempre in salita! Ma appena girato l'angolo ci ha sorpreso un roboante batter di tamburi. 
Forte, sempre più forte, sembrava venir dalle vigne in cima al paese. I bambini si tuffano letteralmente trai i filari dove scovano il mago dei tamburi: il ritmo diventava sempre più incalzante e ci invitava a ballare, ecco allora svelato il mistero, dovevamo fare un cerchio di danze magiche per avere l'ultimo indizio e avremmo finalmente trovato Merlina


Non ci restava che prendere le stelle luminose regalateci dai personaggi e affrontare il bosco, anche se ormai erano calate le tenebre e dovevamo inoltrarci al buio. Qualche bambino coraggioso si è tirato indietro? Neppure uno, solo l'orco aveva un po' di paura...
Ma anche quest'ultima prova ha dimostrato che davvero i bambini volevano conoscere Merlina
/Morgana, perchè alla fine le hanno trovate proprio nel cuore del castagneto. Erano felici Morgana e Merlina, perchè dopo aver attraversato mari e deserti, scappando da terre povere e in perenne lotta, non erano sicure di trovare calore e amicizia a Burolo, ma la strenua lotta dei bambini, tutte le prove superate sono stata la dimostrazione inconfutabile della voglia di conoscenza e amicizia che hanno i bambini a Burolo!






Premiati da Merlina e Morgana, tutti insieme siamo scesi nel paese a rifocillarsi con le leccornie gentilmente offerte dalla generosa Pro Loco di Burolo!

 


martedì 4 luglio 2017

Riflessioni di un orco (lunedì 3 luglio)

Si parlerà poi più ampiamente di questa iniziativa del gruppo di redazione del giornalino di Burolo "Merlina" 
Due luglio, rappresentazione itinerante di una favola per le vie del paese. Ora a caldo alcune riflessioni di un "orco".
C'erano tanti bambini con i propri genitori e i nonni. Quelle grida, quegli sguardi eccitati, li ho ancora nelle orecchie e nella mente. 
E' incredibile la potenza, la forza del ricordo della nostra infanzia. Sono obiettivamente passati tantissimi anni, ma il ricordo rimane indelebile. forse la misura del tempo non è il giorno, l'anno, l'ora, ma la passione, la gioia, l'incertezza, il timore, la tenerezza, l'ingenuità, la curiosità. L'infanzia conteneva tutte queste emozioni, ma indipendentemente da come si sono vissute, rimangono dentro di noi, come volessero guidare la nostra esistenza. Non ho nessun dubbio, l'infanzia è un "valore" e come tale va protetto. 
Sono nonno da tanti anni e i miei meravigliosi nipoti Emma e Oscar hanno ormai sedici e diciotto anni e vivono lontani da Burolo. 
Ieri l'orco e l'orchessa si sono trovati circondati dalla gioia di quei bambini, Erano tanti e molto determinati, hanno invaso il cortile, avevano fretta, dovevano trovare Merlina e Morgana. Le hanno poi trovate verso sera al compimento di un percorso. Mi sono sentito un po' orco e un po' nonno, i bambini sono eccezionali.
Non credo che in una società così complessa si possa essere felici, credo però che si possano avere dei momenti di felicità e ieri sera io ero felice.

Ennio Mucelli

domenica 18 giugno 2017

Una giornata di una giovanissima burolese in carcere...


"Il vuoto può essere immenso"

https://www.cronacaqui.it/wp-content/uploads/2017/06/carcere-ivrea.jpgQualche settimana fa sono andata a cantare in carcere per la presentazione di un libro, “Il vuoto può essere immenso”: una raccolta di poesie scritte da Manuel Baudino nel momento peggiore della sua vita. Vita che è durata ben poco, e si è conclusa in modo tragicamente semplice: Manuel è morto di overdose in un vicolo, da solo, appena un paio di mesi dopo essere uscito di prigione, appena un paio di mesi dopo aver provato a disintossicarsi, appena un paio di mesi dopo aver deciso di ricominciare. Sua madre e sua sorella hanno scoperto le sue poesie e hanno contattato la mia professoressa di italiano delle medie, e se n’è fatto un libro.
Eravamo un gruppo scombinato -le parenti di Manuel, la mia ex prof, tre ragazzi musicisti come me e una signora chiamata per leggere le poesie - e soprattutto noi ragazzi ci siamo ritrovati catapultati nella situazione senza conoscerla molto. A dir la verità quello che sapevo io all’inizio era che avrei dovuto cantare, e tanto mi bastava, ma poi l’esperienza si è dimostrata essere davvero molto di più.
C’erano carcerati lì nel salone, è vero, ma non li ho visti. Potrei sembrare banale, ma ho visto delle persone, e nei giorni successivi mi ha fatto quasi male notare come, per molti, questa non fosse una cosa scontata. Comicamente, la reazione che mi ha colpito di più è stata quella di una bambina di circa otto anni ad un altro spettacolo di qualche sera dopo. Il discorso del carcere in qualche modo è uscito mentre lei era presente, e il suo visino da bambolina ha assunto un’espressione sullo schifato-contrariato, prima di dire: “Non avreste dovuto andare a cantare, loro hanno fatto delle cose brutte e non si meritano più niente.”
Io l’ho guardata e ho risposto semplicemente “È più complicato di così”, ma avrei voluto spiegarle tante cose. Avrei voluto che vedesse tante cose.

https://emporiocircolare.files.wordpress.com/2013/10/papillon-movie.jpgAd esempio quell’uomo gracile con gli occhialini che somigliava quasi a Louis Dega di Papillon e che teneva il tempo di ogni canzone battendo le dita sulla gamba, ad occhi chiusi.
O quel ragazzo tatuato che non si risparmiava i “porca putt…” entusiasti ad ogni pezzo di fisarmonica, e si girava in continuazione a sorridere ad un altro uomo mimando con le labbra: “Sono bravi!”
O quella donna in t-shirt verde fluorescente che ha applaudito entusiasta dopo ogni poesia e sul finale di Green eyes dei Coldplay.
O il momento in cui mi hanno vista dire Buon compleanno al mio amico chitarrista e si sono messi tutti a cantare “Tanti auguri a te”, con lui che sorrideva tra l’imbarazzo e la spettacolarità della scena.
Oppure la luce negli occhi dell’uomo che mi ha chiesto il microfono, alla fine, e accompagnato da due accordi al pianoforte e incoraggiato dagli altri presenti ha cantato la sua canzone preferita di Vasco.
Ho un po’ sorriso e un po’ pianto mentre le poesie di Manuel scorrevano e scorrevano, perché in ogni sua poesia era presente la solitudine, una solitudine che mi sono ritrovata –e ho ringraziato per questo- a non capire. Una solitudine che ho notato nei volti di tutte quelle persone che hanno trovato così speciale una cosa per me così quotidiana: ascoltare dei ragazzi venuti “dalla libertà” che suonano, trascorrere una giornata a sentire la musica. Perché, citando Manuel un’ultima volta, “in prigione il problema non è far passare un anno o un mese, è la giornata che non passa mai”.
Credo che molti non abbiano idea dell’ambiente che c’è all’interno di quelle quattro mura che io stessa ho ignorato parecchie volte, passandoci davanti in auto, e ovviamente non dico di essere un’esperta, adesso, ma posso essere convinta che non ci sia abbastanza contatto tra “la libertà” e i carcerati là dentro.
Le persone, là dentro.
Serena




martedì 13 giugno 2017


Un dono prezioso da Vilma per  tutti i lettori di Merlina: il racconto “ La bella dormiente” 
E' stato tra i dieci finalisti del concorso nazionale “ Trichiana paese del libro” con presidente di giuria Antonio Scurati.

  

<< Mike aveva il pacco ancora chiuso appoggiato sul tavolino accanto alla finestra, la giornata era limpida e la montagna si stagliava netta e pulita, senza una nuvola, davanti a lui.
Ha avuto le sue istruzioni, ora deve metterle in pratica.
Esita, gli sembra ancora così strano essere lì, aver fatto quel lungo viaggio solo per sedersi a quel tavolo e aprire un pacco guardando la montagna, ma aveva promesso, e le promesse si mantengono.
Quando era arrivato, il giorno prima, aveva dovuto affrontare la diffidenza dei suoi cugini, mai visti e soprattutto mai sentiti, li capiva, chi è questo americano che parla così bene l'italiano e chiede di essere ospitato nella vecchia casa, in camera di Fosco, camera chiusa da anni e dimenticata, come la vecchia cascina che è in vendita da anni ma nessuno vuole.
"Sono Mike, abito a Philadelphia, mio nonno era Fosco, il fratello di Giuseppe, vostro nonno".
Mario si era avvicinato e gli aveva stretto la mano, Elsa e Bianca si erano limitate a un cenno con il capo, sapevano chi era, ne avevano sentito parlare - il cugino americano - ma pensavano che non l'avrebbero mai conosciuto, d'altra parte la cosa non le interessava proprio.
Avevano acconsentito alla sua richiesta solo perché speravano che volesse acquistare la casa e poi se si fosse sistemato lì non avrebbe rotto le scatole a loro.
" Mi fermerò solo qualche giorno, non voglio disturbare, voglio stare nella camera di mio nonno e voi non dovete preoccuparvi di nulla, penso io a sistemarla "
Bianca gli tirò un'occhiata storta " E' chiusa da anni, sarà piena di polvere ….da pulire"
" Nessun problema, se c'è qualcuno che si può occupare delle pulizie io sono pronto a pagare il dovuto"
Elsa si fece avanti " Se mi paghi le pulizie le faccio io"
" Elsa !" Bianca non sembrava d'accordo " possiamo chiamare la Luisa.."
" Ma se paga…perché chiamare un'altra" piantò gli occhi addosso a Mike " ci penso io, 10 euro all'ora"
" bene" Mike non capiva questo atteggiamento scontroso ma in fondo, non era lì per loro.

Jamil seguiva le mani di Don Paolo che si muovevano nell'aria e delineavano i contorni della montagna come se fosse un quadro su una tela.
"Vedi, questo è il profilo del viso poi le mani incrociate e la veste lunga fino ai piedi"
Gli occhi ridenti del prete incrociano quelli del ragazzo afgano e il suo stupore.
Jamil l'aveva seguito fino alla chiesetta di pietra, su per il ripido sentiero e poi si erano seduti sull'erba e Don Paolo aveva tirato fuori dallo zaino due panini con la frittata e due bottigliette d'acqua minerale.
"È bello qui, vero? " e aveva sorriso.
Jamil aveva annuito e gli si era seduto accanto, non capiva tutto quello che gli diceva ma si fidava, quello che piaceva a Don Paolo piaceva anche a lui.
'La vedi quella montagna , strana vero?"
Jamil non ci vedeva niente di strano, era solo una montagna come le tante che aveva attraversato e meno bella delle grandi montagne intorno al suo villaggio.
"Si chiama la bella dormiente , il profilo di una donna addormentata, strano vero?"
Aveva addentato il panino e bevuto un sorso d'acqua prima di iniziare a tracciare il profilo della montagna. Con stupore Jamil l'aveva vista apparire, come se le mani del sacerdote la stessero dipingendo per lui, svelando il profilo di una gigantesca fanciulla di pietra che avrebbe dormito per sempre.
Aveva riso, dicendo - si si - e provando la cosa più vicino alla felicità come non gli succedeva da un tempo lontano, assaporando il panino e il silenzio di una pace dimenticata.
"Ti racconto"
Don Paolo si era voltato di scatto, la bocca piena di pane e di domande da trattenere, Jamil non aveva mai voluto parlare del come e perché era arrivato qui, si sapeva ben poco di lui e quel poco erano notizie estrapolate dai pochi documenti in suo possesso.
"Ti racconto" in un italiano stentato, la sua storia era uguale a quella di tanti altri, la fuga, le lunghe marce a piedi, la fame, il freddo, il caldo, il mare da attraversare.
"Don, io non torno, io a casa non torno mai, io sto qui"
"Perché, Jamil, perché non pensi che un giorno potresti tornare nella tua terra?"
Il ragazzo aveva gli occhi chiari, il sole li rendeva luminosi, guardava la montagna e sorrideva.
"Mi piace"
Poi si era alzato, frugato nelle tasche e trovato un sacchettino di tela lo aveva teso al prete, con un gesto maestoso, solenne.
Don Paolo non capiva " io non torno, io portato mia terra qui, se mescolo mia terra con questa terra allora anche questa terra diventa casa mia"
Si accuccio' vicino al prete e apri' piano, con delicatezza, il piccolo sacchetto di tela.
Dentro c'era della terra scura, una manciata di terra afgana.

La camera di Fosco era come lui l'aveva descritta, Mike la conosceva bene, senza esserci mai stato.
Nessuno se ne era interessato ed era rimasta come Fosco l'aveva lasciata, quasi ottant'anni prima.
Elsa aveva fatto un buon lavoro, il grande letto in legno aveva uno splendore antico, le lenzuola erano pulite e profumate, aveva acquistato un copriletto nuovo e anche se il materasso era un po' scomodo ci si poteva adattare per una notte.
Tutto era stato ripulito a fondo. Aveva preteso che fossero rimesse a posto le fotografie che si trovavano sparse nei cassetti, lucidate le cornici, passata la cera sui mobili.
Elsa obbediva in silenzio, probabilmente stupita dallo zelo del cugino ma era stata ben pagata e questo le bastava.
Mario lo aveva invitato a pranzo ma Mike aveva declinato l'offerta "non voglio disturbare, mi fermerò' solo due giorni, una sola notte, ho visto una trattoria in paese, grazie comunque"
Mario non aveva insistito, era veramente stupito che quel tipo avesse fatto fare un lavorone a Elsa per poi dormirci una notte, probabilmente non c'era speranza acquistasse la casa ma pazienza, solo non capiva cosa fosse venuto a fare.
"Sono qui perché ho fatto una promessa al nonno"
I tre cugini non avevano mai conosciuto Fosco e nonno Giuseppe si era limitato a raccontare che aveva un fratello emigrato in America.
Mario aveva cercato di saperne di più, c'era stato un tempo in cui sognava di andarsene da lì, da quel piccolo paese in collina e il sogno grande era l'America.
Quando era ragazzo, sognava anche lui la California e quel parente americano gli avrebbe fatto comodo ma nonno Giuseppe sbuffava e decretava "te me de bale, hai solo balle"
Si erano dimenticati di Fosco, la cascina cadeva a pezzi e volevano disfarsene, nessuno di loro aveva i soldi per ristrutturarla , il marito di Bianca avrebbe voluto ma si era arreso dopo i preventivi di ristrutturazione e ora questo cugino americano arrivava a tirare fuori cose vecchie e sepolte, come i loro rispettivi nonni.
"Guarda che un pezzo di cascina è anche suo"
Si erano riuniti a casa di Mario per capire come comportarsi e stavano discutendo se lasciare che Mike rovistasse tra le cose di famiglia, di cui fino al giorno prima a nessuno importava ma che improvvisamente erano diventate - proprietà -.
"Bianca ha ragione, era anche di Fosco , d'altra parte il Mike se ne sta chiuso in camera sua e si interessa solo delle cose di suo nonno"
"Ma cosa è venuto a fare ?" A Bianca non piaceva per niente, difficile comunque piacerle.
"Dice che deve mantenere una promessa, Elsa, tu che sei stata lì...che faceva?"
Elsa stava sempre in un mondo suo ed era molto più interessata ai cuscini nuovi del divano che alla conversazione "Eh…cosa…niente, non faceva niente di che, ha rotto le balle con le fotografie, tira fuori questa, metti sul comò quest'altra, pulisci bene la cornice, che balle !!! Belli i cuscini, Mario, dove li ha comprati Maria?"
"Lascia perdere i cuscini, ma non ti ha detto niente, possibile gli interessi solo la camera pulita…quello arriva dall'America per far pulire la camera di suo nonno? Elsa, pensaci, non ha chiesto niente, non ha fatto niente di strano?"
"Te l'ho detto, si è fissato con sta camera e per fortuna mi ha pagata bene se no, col cazzo che mi mettevo a pulire quella finestra piena di ragnatele e cacche d'uccello….devo chiedere a Maria se li ha comprati al mercato"
"Cosa"
"I cuscini"
"Elsa, santiddio, che finestra?"
"Ha detto, lascia stare la finestra che dà sul cortile ma quella che si apre sulla montagna la devi far splendere, scemo che è, era uno schifo quella finestra, sono secoli che nessuno l'apriva, ho fatto una fatica…"
I tre erano, se possibile, ancora più confusi.

"Dov'è che vuoi mescolare la terra, Jamil ?"
Don Paolo aveva in grembo il sacchetto aperto, la terra era scura, rossastra. Jamil ne prese delicatamente un pizzico con le dita e fece un cenno verso la montagna " Lì" Don Paolo scoppiò a ridere " Jamil, non è possibile, la montagna è lontana e per niente facile da raggiungere, c'è una valle, laggiù, e tanta gente che ci vive, la bella dormiente svanisce se ci vivi sopra"
" No, Don, va bene dove si vede la donna, va bene qui"
" Qui è un prato, non si può coltivare, non capisco , cosa vuoi fare?"
" La mia terra si deve mescolare con la tua, qui bello, pace, silenzio, qui chiesa e tu ami chiesa, io non so se rimanere, se mi lasciano rimanere, ma qui mi piace resti mia terra, non so dove vado e non so più quale mio posto ma voglio avere due case, una lontana e una qui"
"Perché?" Don Paolo aveva capito ma voleva sentirlo dire.
"Perché qui tu buono, perché qui terra buona e perché mia terra avrà di fronte donna addormentata, come mia madre"

Mike apri' il pacco, come voleva nonno, seduto con la finestra spalancata sulla montagna.
Glielo aveva sentito dire innumerevoli volte, sin da quando, bambino, se lo prendeva sulle ginocchia e mostrava la foto.
"Questa è casa mia, questa montagna si vede dalla finestra della mia camera" e poi con le mani ne segnava il contorno, come disegnandola.
"La vedi la donna addormentata ? Si chiama la bella dormiente e l'ho lasciata là, incorniciata nella mia finestra "
L'ossessione per la montagna si manifestava con fotografie di varie dimensioni sparse per la casa e veniva tollerata da Marilyn e da tutti quelli che lo conoscevano.
A casa parlava italiano e sua moglie, americana, che sapeva a malapena dove fosse l'Italia, aveva imparato una lingua che parlava solo con lui e con suo figlio, e in seguito con il nipote.
Fosco amava il paese in cui viveva ma questo non gli impediva di amare anche quello da cui veniva.
Fuori dalle mura di casa non si esprimeva mai in italiano, molti dei suoi compaesani pensavano l'avesse dimenticato, lavorava alla General Motors, guidava una Chevrolet e si era comprato la casa con il patio e il barbecue in giardino, i suoi amici erano yankees e uno sparuto gruppo di italiani con cui parlava solo in inglese.
Dopo la disgrazia si chiuse in se stesso, vendette la Chevrolet e lasciò arrugginire il barbecue, ora in italiano parlava solo con Mike.
Tra l'uomo e il ragazzino l'affetto divenne unico e profondo, quando il nonno parlava della sua montagna lui già sognava il giorno in cui sarebbero andati insieme a vederla.
Faceva così parte della loro vita, quella piccola ossessione ,che Mike non se ne chiedeva il motivo. Lo fece una volta soltanto, già ragazzo al College, era Natale ed era tornato a casa, aprivano i regali, loro due soltanto, il nonno felice di averlo vicino.
" Nonno, ma perché questa montagna, cosa ha significato per te da esserne così legato?"
Lui aveva riso, riso forte " Mike, la montagna è il ricordo, l'unico bello…io non ci tornerei mai a vivere là "
Mike l'aveva guardato stranito " Ma se è da sempre che ne parli, ma se ci sono foto dappertutto…nonno, hai obbligato pure la nonna a imparare l'italiano…"
" ora ti spiego" e si era seduto sulla sua poltrona preferita, proprio sotto la fotografia gigante della montagna, quella che teneva quasi tutta la parete.
" Non è che fossi molto felice, in Italia, me ne sono andato perché mio padre si era messo la camicia nera e voleva farla indossare anche a me, avevo 16 anni e nessuna voglia di essere fascista, sognavo l'America. Mio fratello invece non vedeva l'ora di mettersi quella roba nera addosso e io ricevevo solo schiaffoni e urla. Gli schiaffoni diventarono botte più dure e io stavo chiuso in camera, l'unica cosa bella che vedevo era quella montagna. A me piaceva Giulia, non so nemmeno se a lei io piacevo, non ho mai trovato il coraggio di chiederglielo, ma un giorno, uno dei pochi che mi hanno lasciato uscire, si vergognavano di me, alla festa del paese abbiamo chiacchierato seduti sulla panchina davanti alla montagna e io non avevo mai notato che fosse una donna sdraiata, per me era una montagna e basta, lei con la mano ne aveva disegnato il contorno e mi aveva detto il suo nome. Muoveva quella mano in un modo così delicato, dolce, ripeteva, sai si chiama bella dormiente, io guardavo e vedevo per la prima volta e ho sempre pensato le assomigliasse.
Pochi giorni dopo Giulia è stata uccisa da una camionetta guidata da ragazzotti del fascio ubriachi e io ho deciso che quel posto non era più casa mia. Sono scappato, ho pure rubato i soldi che mamma teneva nel barattolo in cucina e non so come sono arrivato a Genova. Con quei pochi soldi non è stato difficile imbarcarmi e venire qui. Questo è diventato il mio paese ma le radici pesano, rimangono attaccate sotto, è così difficile strapparle, io volevo rimanessero solo una cosa mia, nostra, della famiglia. Queste riunioni nostalgiche tra italiani non mi sono mai piaciute, ho faticato a imparare l'inglese ma ora è la mia lingua, questo non significa che non debba saper parlare l'italiano"
Mike lo guardava confuso, tutto era diverso da come lui aveva sempre pensato.
" Mike, io non ci tornerò in Italia, ci andrai tu, dopo che io me ne sarò andato, andrai a vedere la mia camera, la finestra sulla montagna e la donna addormentata, quando sarà ora.. non oggi...speriamo ancora per un po'"
Aveva riso forte e abbracciato Mike, nel suo modo solito, stringendo fin quasi a far male.
C'era stato ancora un bel po', nonno Fosco si era spento una mattina di dicembre a novantasei anni, ancora vigile e forte, addormentato sulla sua poltrona preferita, quella sotto la montagna.
Il pacco era nel cassetto del suo comodino, con una lettera sopra. - Per Mike-.
Ciao Mike, spero di essermene andato senza soffrire e senza dar fastidio – accontentato, nonno, accontentato- come vedi qui c'è un pacchetto, ne abbiamo parlato una volta, tanto tempo fa. Aprilo in camera mia, davanti alla montagna, quando lo aprirai capirai da solo cosa devi fare. Che non ti venga in mente di portare le mie ceneri laggiù, primo, io non voglio essere cremato,secondo, io voglio andare sotto terra, se trovi posto mettimi vicino a Marilyn e a tuo padre e tua madre, loro sono stati fortunati, se ne sono andati insieme. Per fortuna io avevo te e devo dire che anche tu sei stato fortunato ad avere me. Mentre lo scrivo rido, immagino la tua espressione, stai pensando nonno sei sempre lo stesso, vero, io sono rimasto sempre lo stesso, non ho dimenticato quello che ho lasciato ma sono stato felice di quello che ho avuto. Un abbraccio a Sally, ti ho sempre detto che ti sei preso una gran donna e un bacio a Daniel.
Non dimenticare mai di parlare italiano con lui.
Nonno Fosco

p.s nella busta ci sono i soldi per l'aereo.

Mike era uno dei migliori avvocati di Philadelphia, la risata riempì la casa vuota ed era uguale a quella di suo nonno.
Li usò, quei soldi, per il biglietto aereo, deciso a seguire esattamente le cose come le aveva stabilite lui e ora doveva aprire il pacco.
Dentro c'erano due sacchetti di tela, uno a quadretti bianchi e rossi sbiaditi e l'altro di tela blu, più in buono stato.
Contenevano entrambi terra, quella del sacchetto a quadretti era secca e dura, l'altra più morbida e scura. Sul fondo del pacco un biglietto appiccicato con lo scotch MESCOLARE CON CURA E REGALARE ALLA MONTAGNA.
La giornata era limpida e la montagna si stagliava netta davanti a lui.
Seguì le istruzioni e soffio' forte, una nuvola di terra volò verso la bella dormiente.>>